Mercoledì, 05 Novembre 2014 09:39

Etica delle Istituzioni

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Il fondamento di ogni regola etica, così come ogni norma giuridica che imponga un determinato comportamento, non può infatti che essere anzitutto la ragionevolezza del comando, ed ancor prima l’autorevolezza, la credibilità, la forza morale dell’autorità che la impone, così che ne consegua la diffusa convinzione che il suo rispetto è conforme a verità e giustizia. E’ solo questo consenso diffuso che permette alla regola di divenire tale nella pratica e non solo in teoria, e di trovare applicazione nella fisiologia della vita sociale. Solo successivamente, e come rafforzativo rispetto ai casi patologici di deviazione, acquista una qualche efficacia la minaccia della sanzione, da applicarsi ancora con autorevolezza ed equità, anche in caso di violazione accertata.

Questo bisogno di autorevolezza, di credibilità, di giustizia da parte delle istituzioni pubbliche è il fondamento, il presupposto necessario per l’etica pubblica, e ciò vale sia nei confronti degli amministratori e dipendenti che dei cittadini.

Per quanto riguarda gli impiegati pubblici e soprattutto i pubblici amministratori, ricordo che un tempo si parlava molto di “spirito di servizio”, forse anche troppo e troppo facilmente, ma era una prospettiva densa di significato etico.

Termini non molto diversi sono il “senso dello Stato”, il “rispetto delle istituzioni”, il sentirsi – amministratori e dipendenti – come “servitori dello Stato”, tutti bei modi di esprimere la stessa realtà, con termini oggi ormai quasi scomparsi dal lessico e dalla riflessione; come è scomparsa la convinzione che il fine di ogni istituzione pubblica, e di ogni agire privato rispetto ad ora, debba essere la promozione del “bene comune”.

Sul piano del diritto pubblico, vi corrisponde il criterio generale di legittimità di ogni atto amministrativo, che deve avere sempre come diretta finalità l’interesse pubblico da perseguire. E l’interesse privato di chi compie l’atto vizia sempre l’atto stesso, tanto che se chi lo compie è in “conflitto di interessi”, deve astenersi dal farlo.

Il “bene comune” ed il “pubblico interesse” costituiscono, quindi, il criterio fondamentale dell’etica pubblica.

Ciò vale, anzitutto, per i pubblici dipendenti, che devono essere, nei confronti dei cittadini, oggettivi ed imparziali oltre che efficienti, al fine di assicurare così il corretto funzionamento della pubblica amministrazione verso ciascuno e verso tutti, ma vale altrettanto per gli amministratori pubblici, che sono “funzionari elettivi”, con la conseguenza che devono anch’essi, una volta eletti, amministrare non nell’interesse solo di un partito e neppure dalla sola “parte” che li ha eletti, ma dell’intera comunità.

Il singolo legittimamente rappresenta e chiede la tutela di specifici interessi, personali, di gruppo; ma non deve farlo senza tener conto dell’interesse generale, non essendo lecito per nessuno considerare la pubblica istituzione come una “greppia” sulla quale gettarsi senza ritegno.

Del resto, è evidente che solo il rispetto dell’interesse pubblico può far accettare decisioni negative per gli interessi individuali, senza ledere il senso di giustizia e quindi il rispetto dell’Autorità che ha deciso a proprio sfavore quello che conta è che esso sia attuato in concreto.

Sono da sempre un sostenitore del volontariato, ma non capisco perché i valori di solidarietà e di servizio, siano possibili solo nel “privato sociale” del volontariato, e non siano proponibili anche a livello dell’impegno nelle istituzioni, sia come amministratori che come operatori.

Perché il proporre questo, oggi, sembra una “mission impossible”?

Perché abbiamo vissuto - e ne stiamo ancora subendo le conseguenze - un’epoca di “rivoluzione” nei rapporti tra cittadini ed istituzioni pubbliche che ha portato ad una loro radicale delegittimazione, fino ad una sostanziale “sconsacrazione”.

Dalla contestazione sessantottesca contro ogni potere, illegittimo e da combattere solo perché tale, si è passati alla negazione di un’intera classe politica, attraverso i referendum elettorali e soprattutto l’operazione “Mani pulite”, con una delegittimazione generalizzata di ogni pubblico potere, a tutti i livelli. Ciò ha determinato una crisi di credibilità della politica e delle stesse istituzioni pubbliche, che sta davvero ormai portando al qualunquismo più deteriore ed al conseguente quasi totale disimpegno dei cittadini verso la politica. Se tutto è solo lotta di potere per interessi privati, o si partecipa direttamente alla spartizione o ci si astiene schifati da tutto.

Di una qualche “sacralità” delle istituzioni hanno, infatti, necessità non solo i regimi autoritari, ma anche - e forse di più - le democrazie, che non possono restare tali senza un ethos di fondo, che accomuni i cittadini e crei rispetto ed amore per le istituzioni democratiche, che meritino, quindi, di essere difese, servite, obbedite.

E’ necessario – senza retorica e forzature, ma con serietà e determinazione – porre fine all’attuale delegittimazione di ogni “potere” e delle istituzioni in genere, ed in particolare di quelle pubbliche; e tornare a riaffermare la loro importanza e grandezza civica, per la funzione essenziale che esse svolgono, nel pubblico interesse.

Ed occorre anche riscoprire il rispetto ed il sostegno da parte di tutti verso i “governanti” come tali, proprio per la funzione che svolgono: perché il rispetto ed il sostegno ai governanti, come espressione personalizzata delle istituzioni, sono dovuti a prescindere dal consenso politico personalmente espresso da ciascuno nei loro confronti, in quanto le istituzioni sono al di sopra delle parti, e così devono viverle sia gli amministratori sia i dipendenti sia i cittadini.

Come ridare autorevolezza generale alle istituzioni affinché siano sentite - e lo siano davvero - non strumenti per interessi di parte, ma espressione dell’interesse generale, al servizio del bene comune?

La gestione personalistica e di parte delle istituzioni, come la loro endemica conflittualità, disorienta i cittadini e finisce per distaccarli sempre di più dalla vita politica ed istituzionale, con una conseguente grave crisi della stessa partecipazione democratica.

Per “far politica” oggi si intende, nel senso comune, solo l’essere presenti direttamente in qualche istituzione pubblica come amministratori eletti, o meglio ancora direttamente nominati, senza alcuna verifica elettorale, bastando l’investitura e fiduciaria da parte del Capo.

Questi partiti non hanno affatto bisogno della partecipazione attiva dei cittadini, ma solo del loro voto, ottenuto soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione.

Essi sono, infatti, di solito retti da una piccola oligarchia, che non solo non cerca nuove adesioni, ma tende a restringersi sempre di più, in una chiusura autoreferenziale quasi assoluta e che non tollera, ovviamente, nessun vero dibattito né tanto meno dissenso interno. Partecipare, oggi, significa solo essere cooptati in una di queste oligarchie, al servizio di questo o quel piccolo o grande leader, del quale proclamare i meriti ed il valore indiscutibili.

misuro anche personalmente questa difficoltà reale nel far qualcosa di libero ed autonomo oggi, ed avverto la necessità assoluta di rompere questo cerchio negativo, specie a livello locale, a costo di ricominciare da capo.

Tutto ciò era in parte inevitabile, per le caratteristiche della comunicazione attuale e futura, ma è anche fortemente riduttivo di quella che è una vera partecipazione democratica: che non si può limitare solo al momento del voto, per di più spesso esercitato da una parte ridotta della popolazione e perfino, talora, da una minoranza di essa.

La vitalità democratica delle istituzioni ha bisogno della partecipazione - organizzata, diretta, continua, articolata ai vari livelli

La realtà democratica del partito deve operare nei due sensi: da una parte, rendere attivamente partecipi i cittadini alle scelte delle istituzioni, anche dopo il momento elettorale; dall’altra, far sentire agli amministratori il sostegno, ma anche il controllo e la pressione dei cittadini, nello svolgimento del mandato loro affidato.

La partecipazione politica fonda l’etica pubblica di amministratori, dipendenti e cittadini ed assicura anche forme di controllo sostanziale, molto più incisive di quelle esterne, formali, giudiziali e perfino penali.

Occorre dal volontariato e dal sociale tornare al politico e all’istituzionale, o meglio, occorre riportare le motivazioni etiche di fondo dell’impegno sociale e del volontariato anche nelle istituzioni, ed impegnarsi nel loro servizio e non nella loro contestazione, magari come premessa per una loro successiva occupazione.

Se è vero che è alla fisiologia che occorre guardare, e non alla patologia, è oggettivamente fisiologico che ogni istituzione si doti di un sistema di prevenzione interna, in grado di monitorare gli atti amministrativi della dirigenza: per favorire l’autocontrollo, ma anche per esercitare un controllo vero e proprio , sia pure “interno” all’ente, sulla legittimità dei procedimenti. Un sistema di controllo è segno dell’eticità delle istituzioni e dei suoi amministratori e dirigenti, ed aiuta il comportamento etico di chi fosse in tentazione.

Esso è necessario, come è necessario sottoporci periodicamente ad esami e controlli diagnostici della nostra salute, soprattutto quando se si è esposti a pericoli e contagi.

Quando si parla di “etica pubblica”, si pensa di solito ai pubblici amministratori, alla dirigenza politica delle istituzioni. Ma ciò è molto limitativo.

e vi era anche una seria coscienza professionale, che non si esaurisce nella preparazione tecnica, ma implica il senso della propria funzione Molti operatori pubblici descrivevano la loro funzione come una “missione”, e spesso la vivevano così, anche concretamente:

Se non si ha il coraggio di parlare di “missione”, se è troppo retorico e centralistico parlare di nuovo di “servitori dello Stato”, si diventi “moderni” usando l’inglese e si parli di Civil Servants; ma si riproponga il senso forte del “pubblico servitore”, di chi è, certamente, pagato nel suo lavoro, ma non per un lavoro da svolgere nell’interesse proprio o di parte e quindi “privato”, ma nell’interesse pubblico, per il bene comune.

Occorre riproporre l’etica del funzionario pubblico, come servitore dell’istituzione alla quale appartiene, e non del Sindaco o del Ministro pro-tempore; dovendo tutti tener presente che l’istituzione stessa è, poi, soltanto a servizio della comunità e dei cittadini che la costituiscono. 

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